Il ricordo e la memoria: monumenti di sé con l’autobiografia creativa - Scuola di Intelligenza Emotiva

Il ricordo e la memoria: monumenti di sé con l’autobiografia creativa

Che cosa rappresenta il “ricordo” nell’economia dei monumenti dell’anima? Dal punto di vista del significato etimologico, il ricordo è un ritorno al cuore, un rievocare con l’atto di riportare al cuore (dal latino cor, cordis). Nel Metodo Autobiografico Creativo, con la comparsa del ricordo in forma artistica, di fatto, abbandoniamo la sfera intellettuale della memoria e ci trasferiamo sul piano emotivo. Il ricordo, infatti, non risente di alcuna progettualità, al punto che potremmo definirlo come una memoria spontanea.

Il ricordo e la memoria

Trasferendoci dal piano razionale a quello sentimentale, l’indagine si sposta sulla dimensione più intima della persona, perché se, come già detto in altri articoli (consiglio gli approfondimento nei link), la memoria è generalmente ma non esclusivamente collettiva, i ricordi sono, invece, prevalentemente soggettivi.

Ci sono, tuttavia, anche ricordi che incidono profondamente la memoria collettiva:

  • basti pensare all’attacco terroristico alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001,
  • allo tsunami nell’Oceano Indiano del 26 dicembre 2004 o
  • al terremoto dell’Aquila del 2009 (solo per citare alcuni tra i più recenti avvenimenti).

Ricordi collettivi come questi evocano ferite sociali aperte e traumi di interi popoli che per lungo tempo dovranno elaborare i traumi che si accompagnano alla paura esperita.

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Il ricordo come memoria spontanea

I ricordi, infatti, diventano una costante latente che rivive all’improvviso nelle persone, senza che vi sia alcuno sforzo da parte della mente cosciente.

Per questo le neuroscienze spiegano che i ricordi non seguono una progettualità, perché sono piuttosto il prodotto di un reflusso, cioè un flusso al contrario, in  quanto memoria spontanea, secondo Marcel Proust, depositari di una potenza creativa che la memoria meccanica, razionale, intellettuale, non possiede.

Il ricordo è, infatti, un’impressione emotiva, una manifestazione che ritorna e che può confortare o rinnovare una sofferenza, un dolore, una mancanza. Non è un caso che, anche in coerenza con il significato etimologico dei termini, i ricordi non si dimentichino, nel senso che non vengono “staccati dalla mente” (come per la memoria) ma “si s-cordino“, cioè vengono “staccati dal cuore”.

Il ricordo del dolore

La naturale caratteristica del ricordo di sorprenderci all’improvviso, genera, peraltro, altri sentimenti, altri vissuti. È il caso della la nostalgia, il sentimento di Ulisse per “il dolore causato dalla voglia di ritornare a casa”,  dove per casa intendiamo il simbolo di tutto ciò che si è distaccato dal presente e che non potremmo mai più riavere nella stessa forma con cui lo abbiamo conosciuto nel nostro passato.

Se, infatti, vogliamo tracciare una differenza tra la memoria e il ricordo, possiamo dire, sempre con Proust, che il ricordo appartiene a una memoria involontaria che si distingue dalla memoria volontaria tipica della memoria stessa.

Quando noi accediamo a questa memoria involontaria e inconscia, si aprono in noi dei mondi rimossi che all’improvviso rinascono e si svelano in tutta la loro prepotenza. È con il ricordo, ad esempio, che compare il rimpianto o il rimorso.

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Siamo i nostri ricordi

In tutti i casi, sia che si tratti di memoria che di ricordo, i momenti memorabili della nostra esistenza fondano la nostra identità. Ecco: in definitiva, noi siamo ciò che possiamo ricordare, siamo quello che sappiamo recuperare e che la nostra mente inconscia ci offre, ci presenta.

Parimenti, ogni rievocazione del passato, memoria o ricordo, è un atto catartico che, nel caso del Metodo Autobiografico Creativo, si celebra nel processo di “creare artisticamente”. Si tratta di un processo grazie al quale il partecipante si osserva in altra forma, dopo aver rivelato a se stesso i codici segreti d’interpretazione della propria storia come atto liberatorio dalla prigionia del presente che, come scrive Marco Balzano nel libro “Le parole sono importanti”, è di per sé miope.

Per questo l’autoconsapevolezza è l’unica crescita personale possibile.

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