Le emozioni servono per imparare a pensare - Scuola di Intelligenza Emotiva

Le emozioni servono per imparare a pensare

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Viviamo in un’epoca in cui le persone hanno perso qualsiasi attitudine a contattare la sfera affettiva ed emotiva e a percepire e cogliere le sfumature del proprio sentire. A scuola impariamo a scrivere, a leggere, a fare di conto, ma quasi nessuno spazio è riservato all’acquisizione del linguaggio emotivo. D’altro canto, benché le neuroscienze oggi spieghino molto sui meccanismi cerebrali che danno origine alle emozioni, probabilmente tacciono colpevolmente, pur riconoscendone l’importanza, sulla loro natura cognitiva e sulla rete di significati che esse portano con sé.

Emozioni e cognizione

Ecco, allora, una riflessione importante su cui soffermarsi: se è vero che le emozioni sono venate di aspetti cognitivi, ne consegue che esse servono per pensare. Di conseguenza, una delle ragioni per cui è sempre più difficile che i nostri ragazzi siano autonomi nel pensiero deve essere per forza riconducibile al diffuso analfabetismo emozionale.

Sono lontani i tempi del riduzionismo fisiologico delle emozioni: la fisiologia del sentire non basta più a comprendere la complessità del fenomeno emotivo, dato che la sua complessa struttura non è soltanto corporea e neuronale ma anche profondamente cognitiva.

Fino alla metà dello scorso secolo, infatti, si riteneva che le emozioni avessero a che fare solo con la natura biologica e con il corpo. Si riteneva, in altre parole, che fossero energie e impulsi animali e che nulla avessero a che vedere con i nostri pensieri, con la nostra capacità decisionale e con la fantasia. Gli studi più recenti dimostrano che le emozioni sono anche dei processi fisiologici che, tuttavia, vanno spiegati oltre lo schema elementare input-reazione. E che “emozioni e sentimenti sono fenomeni riccamente cognitivi, connessi al modo in cui percepiamo e interpretiamo la realtà” (Maddalena Bisollo, “Virus emotivo”, PSB Editore, Torino 2021).

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Emozioni e comunicazione

Non riconoscere quello che proviamo, non riuscire a identificarlo, a nominarlo, a esprimerlo impedisce di comprendere pienamente se  stessi e gli altri, con pesanti ricadute sulle nostre esistenze e sulle nostre vite di relazione. A questo livello, comunicare è impossibile, sempre che vogliamo ancora assegnare a questo termine il valore etimologico del mettere in comune al di là del semplice scambio di informazioni.

In proposito, Umberto Galimberti scrive che “Chi non sa sillabare l’alfabeto emotivo, chi ha lasciato inaridire le radici del cuore, si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e, quindi, con una vigilanza aggressiva, spesso accompagnata a spinte paranoiche che inducono a percepire il prossimo innanzitutto come un potenziale nemico da temere o da aggredire.”

L’educazione emotiva

La società in cui viviamo promuove, infatti, l’educazione fisica e intellettuale ma l’educazione sentimentale, emotiva, l’educazione agli entusiasmi e alle paure viene completamente trascurata. In molti casi, il che è ancora peggio, essa viene demandata unicamente al bambino, come se egli fosse già competente da potersi strutturare da sé, senza tuttavia possederne i mezzi.

Allora, i  bambini e gli adolescenti

  • vanno in palestra,
  • fanno sport,
  • giocano a calcio,
  • vanno a nuoto.

Crescono, dunque, riconoscendo l’importanza di costruire un corpo bello e in salute. Tra i banchi di scuola, d’altro canto, essi vengono premiati per la loro intelligenza, per le loro capacità che gli insegnanti invitano a coltivare e a promuovere.

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Scuola e famiglia

A fronte di tanta attenzione non c’è altrettanta cura per l’anima. Manca una vera educazione emotiva, sia in famiglia che a scuola.

  • A casa i genitori sopperiscono all’insufficiente scambio con i figli con i doni materiali.
  • A scuola, schiere di giovani apatici, per nulla entusiasti, motivati e interessati, finiscono per affidare le proprie reazioni emozionali alla tecnologia.

L’apprendimento così diventa passivo: i ragazzi disinvestono nello studio e credono di potersi nutrire della formazione acquisita in rete.

Emozioni per imparare a pensare

Accade, però, esattamente in questo snodo che, scarsamente attrezzati dal punto di vista del sentire, essi non siano in grado di comprendere adeguatamente quel che accade loro. Questo isolamento emozionale, d’altro canto, impedisce lo sviluppo di reali abilità comunicative, indispensabili per affrontare il rapporto con gli altri, per gestire conflitti e difficoltà, per imparare a collaborare.

Ecco come l’individualismo senza sbocchi inibisce l’empatia e l’altruismo, con la conseguente difficoltà di leggere le emozioni degli altri a cui solo una adeguata educazione emozionale può sopperire.

Dovremmo, viceversa, insegnare ai nostri ragazzi che

  1. la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è la si percepisce a livello del sentire prima ancora del sapere.
  2. Che il sentire viene anche prima del pensare.
  3. E che solo imparando a sentire si entra in contatto con i moti dell’anima e si riacquista l’egemonia sugli impulsi che spesso non controlliamo.

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Filtri emotivi

Ecco allora che le emozioni diventano un filtro. Riappropriandoci del nostro sentire, possiamo nuovamente esperire dentro di noi ciò che accade agli altri per effetto delle nostre azioni e delle nostre parole. È così che impariamo a pensare: rallentando gli impulsi e portando il nostro pensiero su quello che ci accade dentro e che possiamo provocare negli altri.

Essere all’altezza del nostro tempo e della sua complessità significa, in definitiva, guardare un po’ di più ai nostri sentimenti, per mettere in contatto

  • il cuore con la mente,
  • la mente con il comportamento e, ancora,
  • il comportamento con la risonanza emotiva

che gli eventi suscitano in noi. È così che si impara a pensare per davvero.

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