In un periodo in cui ci troviamo costretti, causa emergenza sanitaria, a sperimentare nuove forme di relazionalità e molto spesso la solitudine, la fiaba «L’oasi della consapevolezza» di Elisa Empereur, scritta nel corso dei laboratori di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, ci porta un messaggio di rigenerazione e trasformazione, di condivisione, di accoglienza, di unione e di profonda speranza.
Avviare un sincero e autentico dialogo interiore e un confronto con gli aspetti più archetipici e profondi di sé, conduce alla consapevolezza e a relazioni più autentiche e significative con gli altri e con il mondo esterno. È proprio quello che accade ad Agata, la protagonista della seguente fiaba, che, una volta raggiunta la consapevolezza di far parte di uno spettacolo meraviglioso, di armonia e pace, che solo la diversità, che unisce e non divide, può creare, sperimenta una profonda sintonia empatica con tutto l’ambiente circostante che ne rinforza e sviluppa anche le capacità relazionali con gli altri.
L’OASI DELLA CONSAPEVOLEZZA
C’era una volta una donna di nome Agata che viveva sola in una immensa foresta.
Gli alberi della foresta erano moto alti, vicinissimi tra di loro.
La donna si sentiva molto piccola rispetto a loro. A volte ne aveva paura. Invidiava la loro unione e perfetta armonia. Osservava e ammirava il loro aiuto reciproco. Se un albero stava andando incontro a siccità, la pianta vicino sapeva cosa fare per aiutarlo.
La donna si sentiva accolta ma anche diversa: non sapeva come interagire di più con le piante, come integrarsi al meglio. Essendo l’unico essere umano in un sistema perfettamente organizzato, provava disagio. La sua capanna, costruita con fatica si trovava a terra. Le piante sembravano non considerare questa piccola abitazione fatta da materiale da loro scartato.
Agata voleva sentirsi meno sola ed essere più vicina alla bellezza dell’esplodere di quei rami e delle foglie e dei fiori di quegli alberi così alti.
Un giorno fu colta da un’idea un po’ folle, sapeva che da sola sarebbe stato molto difficile: la donna decise di spostare la sua abitazione sugli alberi. L’altezza e il senso di vuoto non la preoccupavano. Agata aveva il timore di non riuscire a trasportare il materiale in alto. Anche la scelta della pianta più adatta e robusta la preoccupava. Tutti questi timori c’erano ma non la bloccavano dal momento che l’idea di sentirsi sola ancora a lungo era per lei agghiacciante. Non si accontentava più del contatto con tronco e radici. Desiderava vedere e sentire il profumo delle foglie e delle bacche di quelle piante.
Ci volle del tempo ma Agata riuscì a costruire non solo una casa ma un intero villaggio. Le cassette erano unite da veri e propri ponticelli. La scelta di quale pianta usare non era mai casuale: la donna non potendosi servire di un linguaggio verbale affinava le capacità empatiche con la natura e le sue forze energetiche che conosceva sempre meglio.
Aveva finalmente imparato ad amare anche la solitudine. Non la viveva più come un isolamento perché sentiva di non essere mai sola, anche se fisicamente lo era. Sentiva la presenza e l’energia di altro. Non sentiva l’esigenza di andare a cercare altri umani. Sentiva che tutte quelle abitazioni sarebbero servite a qualcun altro un giorno. Ma non sapeva come e perché e soprattutto a chi.
Agata costruiva immaginandosi le esigenze e le necessità di esistenze diverse dalla sua. Costruiva anche in base a ciò che lei voleva offrire ma non sapeva se realmente qualcuno sarebbe giunto fin lì e avrebbe apprezzato il frutto del suo lavoro.
Un giorno un gruppo di giovani della città più vicina alla foresta decise di fare una prova di paracadutismo. Il loro insegnante e guida era molto esperto ma per un difetto del materiale del paracadute e per una condizione di vento molto forte l’atterraggio dei primi due giovani non fu possibile dove previsto ma più lontano e fu così che essi si accorsero delle meravigliose case sull’albero della nostra Agata.
Decisero di chiamare tutto il gruppo e di andare a esplorare la zona.
Agata dall’alto delle sue abitazioni li aveva già visti e li osservava mentre si avvicinavano curiosi. Agata decise di accoglierli con del succo e dello sciroppo da lei prodotto. Andò a prendere anche qualche dolcino fatto con nocciole e mandorle dei suoi alberelli.
I paracadutisti rimasero meravigliati da quel fantastico villaggio sugli alberi. Chiesero ad Agata come avesse fatto a costruire così tante abitazioni da sola, le chiesero come facesse a vivere lì. Agata raccontava con piacere e si accorse con stupore che le domande e la simpatia di quel gruppo di persone così affiatate tra di loro le piacevano molto. Li invitò a passare qualche giorno lì ed essi accettarono molto volentieri.
Con il tempo la notizia del villaggio sugli alberi arrivò anche in città. Agata accoglieva gente da molti paesi diversi. Nessuna diversità la intimoriva.
Aveva trovato molte persone pronte a collaborare con lei in questo progetto di creazione di una vera oasi dove il contatto con la natura, la condivisione, l’ascolto di se stessi e degli altri erano gli elementi per una profonda rigenerazione e trasformazione per molte persone, anche e soprattutto quelle con più difficoltà.
Tutti si sentivano in armonia come consapevoli di essere dentro a un grande progetto dove niente è lasciato al caso e ogni avvenimento e segnale ha un esatto significato. Nelle abitazioni sugli alberi, vi erano tempo e strumenti per leggere e interpretare ciò che si voleva capire sulla vita, i nodi da sciogliere, i blocchi da superare… Bastava la volontà di farlo. La contemplazione e la vicinanza della natura offriva la possibilità di fare questo nella gioia, apprezzando e stando nel momento presente, nel qui e ora, felici semplicemente di esserci, di esistere.
Agata che un tempo viveva e si sentiva sola nella grande e buia foresta, si sentiva ora ogni giorno più grata alla vita per avergli regalato la possibilità e la forza di costruire l’oasi della consapevolezza.


