Nella fiaba che vi presento, dal titolo «L’eclissi», scritta nel corso di un laboratorio di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’eclissi solare descritta dall’autore, Ermanno Esposito, diviene una splendida metafora delle nostre emozioni, del nostro sentire mai stabile, logico e razionale. Noi non siamo solo razionalità; né il silenzio né il buio, infatti, sono decifrabili dalla mente razionale per quanto perspicace essa possa essere. Silenzio e buio parlano altre lingue, sono decisamente altro proprio come l’eclisse solare che oscura il significato familiare delle cose e ne fa emergere uno nuovo.
L’ECLISSI
C’era una volta… nel tranquillo laghetto di montagna, una felice comunità di pesci blu. Blu come l’acqua, blu come il cielo, blu come l’anima dei pesciolini blu.
Attorno al lago di montagna, cresceva una folta foresta di pini odorosi, popolata da una miriade di piccoli e grandi animali: scoiattoli, lepri, cerbiatti, cinghiali… che giornalmente si abbeveravano alle acque blu. Il canto degli uccelli addolciva l’aria.
Animali d’acqua e di terra e di cielo erano in armonica simbiosi, anche e soprattutto grazie alla capacità di tutti di parlare la medesima lingua: la lingua blu.
Venne in un giorno di eclissi solare, un lugubre individuo. Al suo arrivo sulla riva del lago, il sole cominciò lentamente ad oscurarsi, ed il freddo ad insinuarsi tra gli alberi. Il lago prese una tonalità grigia e un senso di tristezza cominciò a pervadere l’animo di tutti i pesciolini blu.
Anche il pesce più anziano cominciò a percepire questo turbamento in sé e, data la propria esperienza, cominciò a preoccuparsi. Decise così di andare a vedere cosa stesse accadendo e si diresse verso la superficie. Fece prima un guizzo fuori dall’acqua, giusto per dare un’occhiata veloce e per scappare da eventuali pericoli. Quello che vide in quei pochi istanti non gli piacque. Il cielo era buio, pur essendo giorno, il sole mezzo nero e uno strano, lugubre individuo, fermo sulla riva, immobile.
Il pesce anziano non aveva mai visto nulla di simile. Non sapeva che fare o pensare, così tornò dalla moglie per confrontarsi con lei. La trovò dietro un sasso, adagiata tra le alghe, mentre raccoglieva e intrecciava alcuni fili d’alga rosa.
La chiamò per nome, ma lei non rispose. Riprovò ancora… ma si accorse che dalla bocca non usciva alcuna parola. Nulla. Nemmeno un suono. Allarmato le andò di fronte e lei fece un sobbalzo per lo spavento. Con gli occhi sgranati guardò il marito e disse: «Mi hai spaventata!»… ma anche lei si rese conto di averlo solo pensato. Nessuna parola. Lei lesse il disarmo negli occhi del marito e lo abbracciò.
Il pesce anziano si riprese e accompagnò la moglie in superficie, affinché anche lei vedesse. La maggior parte del sole era nera e il lugubre individuo non si era spostato di un centimetro.
Si guardarono negli occhi e si diressero verso il punto di abbeveramento dei cervi, dove trovarono il capo cervo che stava immobile tra i cespugli, osservando il lugubre.
Osservando i movimenti in acqua, spostò solo gli occhi e vide la coppia di pesci che, gesticolando, comunicava qualcosa… NO… BOCCA? LINGUA? PAROLE!!!
“Diamine!” pensò il cervo. La stessa cosa che era accaduta ai cervi era capitata anche ai pesci!
Tutti avevano perso l’uso del linguaggio. Forse anche gli uccelli, che effettivamente non si sentivano cantare?
E tutto era forse riconducibile a quella figura oscura e immobile sulla riva?
Il sole ormai era scuro e la poca luce illuminava appena le cime degli alberi.
“Che fare?”, pensò il pesce anziano. Andò a ritroso nei ricordi del passato e gli tornò alla mente che era già accaduto che il sole si oscurasse. Bastava aspettare… e così fece cenno alla moglie di attendere.
Passarono i minuti… e poi un’ora, due, tre. Non cambiava nulla. Rispuntarono dall’acqua e videro ancora il cervo fermo che osservava la figura oscura.
Il pesce anziano ebbe quindi un’idea. Fece cenno alla moglie di radunare tutti i pesciolini blu in prossimità del lago dove si era fermato il lugubre e, in qualche modo, comunicò al cervo capo il suo piano.
Un’ora più tardi tutti i pesci blu sostavano sotto la superficie del lago, trepidanti e muti, in attesa di qualcosa che nemmeno loro sapevano.
Il pesce anziano fece un giro perlustrativo. C’erano tutti, a parte i più piccolini. Fece capolino in superficie e vide che tutto era pronto, quindi scese sul fondo del lago… e prese una lunga rincorsa verso l’alto, sempre più veloce, e alla fine sbucò con un gran balzo dall’acqua. Saltò più di un metro… e a quel punto, capito il segnale, il cervo capo uscì possente alle spalle del lugubre e con una cornata lo buttò in acqua.
Nello stesso istante tutti i pesci assalirono il lugubre e cominciarono a morderlo freneticamente… e mentre lo mordevano, brandelli di tessuto nero si spargevano in acqua e cadevano verso il fondo del lago. E più brandelli venivano strappati dal lugubre, più qualcosa cominciava a illuminarsi. Sotto il vestito nero, il lugubre emanava una luce azzurrina e tremula.
L’assalto terminò di colpo quando tutti sentirono «FERMI!».
Era la voce del pesce anziano che intimava ai compagni di sospendere l’agguato.
Tutti si fermarono e, mentre i brandelli neri scendevano sul fondo e si disperdevano, divenne più evidente la sagoma di una grossa e imponente rana, che brillava di luce propria.
Il silenzio era teso… e la rana parlò.
«Grazie fratelli. Grazie a tutti per il vostro aiuto. La tristezza mi aveva avvolta e aveva oscurato tutto intorno a me… ed era arrivata fino al sole. Ho così pensato di venire da voi a chiedere il vostro aiuto, il vostro intervento e lo avete fatto. Mi avete liberata e ora ho ancora la mia luce per risplendere dentro e attorno a me.»
Di nuovo silenzio… e poi un collettivo «HURRA’!!!».
Da allora, ogni anno, al lago blu si festeggia la giornata della gioia, dove ogni pesciolino, cervo, cinghiale, farfalla che si sente un po’ triste, lo può raccontare a chiunque e ricevere tanti abbracci che tolgono ogni frammento nero dalla propria vita.


