Una goccia d’acqua

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Nella fiaba «Una goccia d’acqua», scritta da Silvia Fassan nel corso di un laboratorio di crescita personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’avventuroso viaggio di una goccia d’acqua diviene una splendida metafora della vita, con i suoi sogni e i suoi desideri, i suoi accidenti e le sue vicissitudini, i suoi continui cicli di trasformazione e di rigenerazione e quel diffuso senso di appartenenza e di scopo che da sempre la caratterizza in tutte le sue molteplici forme e manifestazioni.

 

UNA GOCCIA D’ACQUA

Era una goccia d’acqua nata una bella mattina di primavera staccandosi con un “plop” da sua madre, la neve, che stava abbandonando molti figli e figlie come lei.

Ma non era stato un abbandono triste, era stata una promessa, un arrivederci, un: «Buona fortuna figlia, segui il tuo destino…».

La goccia d’acqua, scivolando nel rigagnolo fresco e zampillante che scendeva dalla montagna, si unì ben presto alla moltitudine di fratelli e sorelle che la circondavano e che cantando e chiacchierando si raccontavano tutti la medesima esperienza di nascita e condividevano tutti lo stesso desiderio di andare lontano.

Sessione di Art Coaching

Nel loro cuore tutte le gocce sentivano potente un istinto che ancora non aveva un nome e al quale non sapevano dare un volto: MARE!

Come poteva essere il mare che tutti immaginavano: grande, scuro, aperto, calmo, profondo o tempestoso.

Tutti fantasticavano e ogni goccia, quando si addormentava cullata dalle altre che ondeggiavano nel medesimo sogno, coltivava le mille immagini che le storie narrate avevano evocato sul mare.

Col passare dei giorni la nostra goccia aveva preso forza, coraggio e confidenza con le correnti e adesso conosceva i tanti abitanti e ospiti di quello che ormai era diventato il suo fiume. Piante e animali visitavano le sue acque senza sosta e ne traevano forza e nutrimento. Le era capitato di ospitare nel ventre piccoli esseri microscopici che la utilizzavano come casa. La goccia si gonfiava per far loro posto e poi li lasciava andare. Talvolta se ne andavano spontaneamente, talvolta erano preda di altri esseri e lei gocciolava dai loro corpi dilaniati o inghiottiti ma, aveva compreso, era il ciclo naturale della vita.

Una volta le era capitato di rimbalzare su un sasso e di osservare donne che lavavano i panni ridendo fra loro. In quel momento aveva conosciuto gli esseri umani e aveva anche compreso che non sempre lei e le sue sorelle e fratelli uscivano, come dire, in buone condizioni, da quegli incontri. Le capitava di finire in un secchio o tra le pieghe di una tunica e di essere sbatacchiata a lungo, di gonfiarsi piena di sapone e di ritornare al fiume sporca, sudicia, appesantita e di metterci un po’ a ritornare la goccia di prima; anzi, col passare del tempo, non era più possibile ritornare pura come un tempo, come quando aveva lasciato Madre Neve.

Una patina, un’incrostazione, un peso unto le circondavano la membrana e sembravano non potersi più staccare. Poi l’aria la sfiorava, sulla superficie del fiume soffiava un vento impetuoso, tutte le gocce sorelle venivano rimescolate, l’ossigeno che passava tra loro come un vortice luminoso riusciva a riportarle alla primitiva purezza. Quasi sempre.

Tecnico del Metodo Autobiografico Creativo - Coach in Intelligenza Emotiva per l'Empowerment

L’odore nell’aria era cambiato e adesso la goccia sapeva che si stava avvicinando a uno di quei luoghi dove molti umani vivevano vicini: una città sporca, rumorosa e maleodorante che riversava nel fiume scarichi fognari e industriali. Come serpenti velenosi le sostanze inquinanti avvolgevano le gocce in abbracci mortali, ne modificavano la struttura molecolare parassitando altre molecole aggressive. Idrocarburi, metalli pesanti e veleni di ogni sorta trasformavano velocemente le gocce d’acqua in un insano fluire che scorreva inevitabilmente verso il mare, dove avrebbe concluso la sua pericolosa corsa avvelenando pesci, coralli e altre creature marine, senza avere nemmeno la possibilità di un liberatorio e onorevole suicidio o annientamento. No, le gocce d’acqua mescolate agli inquinanti avrebbero vissuto un’eternità dannata depositandosi sui fondali o magari nello stomaco di un pesce o di una tartaruga, portandoli lentamente ma inesorabilmente alla morte.

La goccia si sentiva trascinata in questo oleoso e terribile miscuglio ma ad un tratto una forza potente la trasse in disparte, fuori dal flusso e  la innalzò in alto verso il sole accecante.

Lei pensò: “Ecco è la fine: mi dissolverò in vapore e di me non resterà nulla… è giusto doveva finire così”. Ma di nuovo si sentì trascinata verso il basso e ancora su e ancora giù. “Dove andrò a finire?” si chiedeva con un certo mal di mare, ma anche con la sensazione crescente che tutti questi infiniti rivolgimenti le stessero a poco a poco restituendo quella purezza che, se proprio non era quella della nascita, di sicuro la stava rendendo meno sporca. Di passaggio in passaggio, di salita in discesa, la goccia attraversò canali che si inoltravano fra i campi coltivati, sentì la risata di un bimbo che giocava sulla riva, sentì il ragliare di un asino nella calura atroce del mezzogiorno e alla fine, ripulita e ossigenata, si fermò su una zolla d’argilla, a ridosso di una riva fangosa che delimitava un palmeto.

Era luglio, il sole cocente non dava tregua, gli odori di putrefazione riempivano l’aria, vicino a lei, una carcassa di un topo stava seccandosi ammorbandola di fetore e lei sentiva che il suo ciclo vitale stava per finire.

Non sarebbe mai arrivata al mare e non sarebbe mai riuscita a immergersi con le sue sorelle e con i suoi fratelli nel “Verdissimo”, come aveva imparato a chiamarlo.

Professione Art Coach

Poi… la terra trasse un sospiro e la linea dell’acqua che prima era arrivata quasi a lambirla si avvicinò di più e la trasse in un abbraccio amoroso al quale lei si abbandonò senza riserva. Era la piena del grande fiume che ora inondava i campi e ribolliva sulle rive, portando in dono il fango prezioso che avrebbe fertilizzato la terra e ridato nuova vita agli umani e agli animali che vivevano sulle sue sponde. Era stato così per millenni e ora i canti di ringraziamento agli Dei risuonavano nell’aria… Via di nuovo, stavolta di fretta, il flusso stava aumentando e la nostra goccia, ormai esperta, stava nella corrente del fiume, odorando, stavolta, un profumo mai conosciuto, inebriante, salmastro, dolce e amaro allo stesso tempo.

Era vicina, lo sentiva, il suo viaggio stava per concludersi e proprio nell’esatto istante in cui la goccia arrivò al mare le si fece accanto un’altra goccia che aveva una specie di piccolo dono con sé e non vedeva l’ora di porgerlo alla nuova arrivata.

Fu un attimo, una fusione meravigliosa e ora una nuova goccia di acqua salata era entrata a far parte del grande MARE.

Il suo sogno si era realizzato, il suo destino di goccia d’acqua compiuto. E da goccia d’acqua salata, ormai cresciuta ed esperta del mondo, tutto le appariva improvvisamente chiaro: il sole l’avrebbe amata e lei dissolvendosi in lui sarebbe salita in quel cielo indaco che ora la sovrastava, su, su, dove non è il regno né degli uomini né degli animali, ma solo del vento. Da nuvola avrebbe girato tutto il mondo, salendo e scendendo nell’eterno gioco delle correnti e dei venti.

Poi, in un giorno di freddo più intenso avrebbe sentito un peso insostenibile dentro di sé. I suoi confini si sarebbero irrigiditi, cristallizzati e come cristallo di neve sarebbe dolcemente caduta proprio sulla sua montagna… NUOVA MADRE NEVE.

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