Il topolino e la montagna incantata

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Nella fiaba che vi presento, dal titolo «Il topolino e la montagna incantata», scritta nel corso di un laboratorio di evoluzione personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autrice, Orietta Lo Ti, ci mostra come dietro tanti comportamenti distruttivi si nascondano spesso grandi sofferenze e un forte bisogno di liberarsene. Al pari dell’Armadillo, noi ci costruiamo una corazza caratteriale nel vano tentativo di proteggerci dal dolore e vorremmo conquistare la felicità rubandola, con rabbia, agli altri, ma senza armonia, pace, amore e collaborazione difficilmente possiamo vivere felici. «Se tu arrivi con l’odio e distruggi tutto non puoi ottenere la felicità.» «Trova la tua strada – suggerisce il Topolino all’Armadillo – ma con amore

 

IL TOPOLINO E LA MONTAGNA INCANTATA

C’era una volta, in un paese lontano, un piccolo topolino che viveva nel Castello del Re con la sua famiglia.

Il Castello era molto grande, immerso nel verde del bosco, in cima alla montagna incantata. Sì, hai capito bene, “incantata” era il suo nome perché si narrava che, da sempre, fin dalla notte dei tempi, quando il Regno ancora non esisteva, succedevano strani eventi, magie, alberi cresciuti di metri in poche ore, stagni che sparivano, dal giorno alla notte.

Le mura del Regno facevano sentire protetti i suoi abitanti e ognuno di loro aveva un compito: le famiglie dei Topolini si occupavano di portare i raccolti nel Silos; quelle dei Ricci tenevano pulito e ordinato il castello; le Donnole cucinavano e i Pettirossi controllavano il perimetro. Anche il Re, un grosso rospo, aveva un compito importante: mantenere la pace e l’armonia tra gli abitanti, così diversi fra loro. Re Rospo era molto saggio e sapeva anche quando era il momento di organizzare una festa danzante per rendere più solide le amicizie e smussare gli angoli negativi del carattere di ciascuno.

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In questo ambiente allegro e rassicurante, il piccolo Topolino era sempre indaffarato, ma felice: non desiderava niente di più di ciò che già aveva.

In un giorno che sembrava come tutti gli altri, dopo aver fatto colazione con i suoi piccoli, il Topolino aprì la finestra, ma qualcosa non quadrava: gli animali del Regno correvano, in maniera scomposta, da una parte all’altra e urlavano: «Il Re ci chiama a raccolta!» «Presto!» «Andiamo dal Re!».

Il Re, stranamente seduto sul suo trono (non amava ostentare il suo potere e difficilmente vi si sedeva), aveva il volto preoccupato e non sapeva da che parte cominciare. Si fece coraggio e disse: «Amici, parenti, la sicurezza del nostro Regno è stata minata. Dalla montagna incantata arrivano strani segnali. Ora parlerà per me il capo della sicurezza». Il Pettirosso capo spiegò che, dalla montagna, si vedevano sparire gli alberi e quello che preoccupava, particolarmente, era lo strano sentiero che si stava creando e che si avvicinava sempre più al Regno. Qualcuno avrebbe dovuto lasciare il Castello, avventurarsi nel bosco e scoprire cosa stesse succedendo.

Il piccolo Topolino non ebbe dubbi. Di certo, lui non sarebbe potuto andare: aveva moglie e figli.

Ma la sorte decise per lui e il suo nome fu estratto, come da regolamento. Un brivido lo percorse; non aveva, forse, più possibilità di salvezza una Donnola o un Pettirosso? Comunque, lui era un topolino corretto, la regola era quella, così, preso il suo zaino con dolcetti e pizzette, si fece coraggio e uscì dal Castello. Il ponte levatoio si chiuse dietro di lui con un cigolio poco rassicurante. Si incamminò furtivo nella fitta vegetazione e camminò per giorni, finché arrivò lì dove la magia aveva ingoiato gli alberi. Uno strano rumore lo fece trasalire dalla paura; così, si nascose in un cespuglio. Un’ombra gigantesca si avvicinava, sembrava un enorme Dinosauro e il topolino mise in dubbio i libri di storia: «Ma non si erano estinti?», disse fra sé, o forse lo sussurrò… «Vieni fuori! So che ci sei!», disse una voce possente, «Ti ho sentito!» Lo guardò meglio, era uno strano dinosauro, tutto ricoperto da una corazza, come se dovesse partire per la guerra.

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«Sono un Topolino coraggioso! Sono un Topolino coraggioso!», continuava a ripetersi, ma senza riuscire a uscire allo scoperto, quando il gigantesco animale spostò le foglie sopra di lui. Si sentì perso ma, poi, pensò al Castello e ai suoi abitanti e si ricordò del suo importante compito. Così, la sua voce uscì senza tremare (forse): «Chi sei?». «Sono il forte e coraggioso Armadillo; ho affrontato, senza paura, la montagna incantata e sto costruendo una strada per arrivare al famoso Castello di Re Rospo. Lo conosci? Dicono che sia molto saggio e che conosca il segreto della felicità

«Io… beh…» il Topolino provò a rispondere, ma l’Armadillo non lo ascoltò, tutto preso dal vantarsi delle sue imprese eroiche: «Ho sconfitto maghi e folletti della montagna, ora sono pronto a conquistare il Regno del Re Rospo per trovare la felicità che merito!». E, senza curarsi del Topolino, proseguì la sua strada verso il Castello.

«Aspetta! Vengo con te!”, disse il Topolino. «E perché dovrei sopportare la tua presenza?», obiettò l’Armadillo. «Posso esserti utile, vigilare quando dormi, portarti da mangiare», ribatté il Topolino. «Ok…» disse l’Armadillo, poco convinto.

Il Topolino sperava, così, di scoprire più cose di questo nemico pericoloso e pronto a distruggere il suo mondo.

Ma, col passare dei giorni, iniziò a guardare l’Armadillo con occhi diversi. Perché aveva così tanto bisogno di felicità da rubarla ad altri? Cosa gli era capitato per essere così triste? E perché indossava quell’armatura da guerra?

«So che mi stai guardando e che ti fai tante domande… ma io non so rispondere. Sono triste da quando sono nato, nessuno mi ha mai accettato con questa corazza da guerra. Tutti vedono in me qualcuno da combattere, allora, io combatto per primo. Ma ora sono stanco, l’ultima battaglia sarà per la mia felicità. Sconfiggerò Re Rospo e ne ruberò i segreti.»

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Il Topolino era quasi dispiaciuto per lui; era preoccupato per la sua famiglia e i suoi amici ma, allo stesso tempo, provava pena per quello strano Dinosauro corazzato. Con una voce tremante, disse: «Io conosco il Regno e il suo segreto… non serve che arrivi fin lì». L’Armadillo lo guardò con occhi di fuoco urlando parole che è meglio non ripetere in una fiaba…, poi, lo afferrò per la coda e lo mise a testa in giù esclamando: «Dimmi il segreto o ti mangio in un boccone!». «Sai? – disse il Topolino – Ti direi il segreto, anche, senza minacce, puoi mettermi giù?». A questo punto, l’Armadillo appoggiò a terra il Topolino tenendolo fermo con la zampa: «Parla!», urlò. Il Topolino si fece coraggio e cominciò a parlare di armonia, di pace, di amore e collaborazione, delle feste danzanti… «Questo vuole e pretende Re Rospo e questo ci fa vivere felici. E lui è il primo a dare amore e collaborazione. Se tu arrivi con l’odio e distruggi tutto non puoi ottenere la felicità. Cerca dentro di te…, sicuramente, sai che è così. Nella vita avrai avuto momenti difficili, ma non puoi cercare aiuto con la violenza. Devi essere il primo che tende una mano verso l’altro…, anzi, una zampa.».

«Sciocchezze!» disse l’Armadillo, girandosi dall’altra parte. Ma si dice che la notte porti consiglio, così la mattina dopo si svegliò con una richiesta: «Aiutami a capire!» disse al Topolino.

Nei giorni seguenti, parlarono tantissimo. Il Topolino raccontò della vita nel Castello, del lavoro, degli amici e delle feste… Sì, perché le feste erano un momento importante che Re Rospo pretendeva: ognuno portava qualcosa e, poi, si ballava fino a tardi e si rideva tanto. La mattina dopo si poteva andare a lavorare un po’ più tardi. L’Armadillo ascoltava, rapito, quei racconti; poi, un giorno, disse: «E io come posso ottenere tutto questo, senza invadere il tuo Castello?».

«Trova la tua strada – disse il Topolino – ma con amore! Non distruggere il bosco, amalo! Cerca altri “Dinosauri” come te, costruisci e vivi in armonia con la natura, come ti ho insegnato!»

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Quando si salutarono, i loro occhi erano pieni di lacrime; avevano trovato un amico laddove sembrava ci fosse solo odio. L’Armadillo tornò nel luogo da dove era venuto, ma guardando, con occhi diversi, ciò che aveva intorno: i fiori sembravano diversi, il sole era diverso. Finalmente, aveva capito che la felicità viene da dentro e non si può conquistare togliendola ad altri.

Anche il Topolino aveva imparato che in ognuno c’è del buono e che lui, forse, non era poi così codardo. Aveva affrontato il nemico col coraggio di un leone ma anche con l’amore che Re Rospo gli aveva insegnato.

S’incamminò verso il Castello consapevole di non essere più lo stesso; si portava dentro qualcosa di grande e non era più un “piccolo Topolino”. Ora era piccolo come dimensioni, ma grande per cuore e coraggio.

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