La favola del rispetto

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Nella fiaba che vi presento, dal titolo «La favola del rispetto», scritta nel corso di un laboratorio di evoluzione personale con le tecniche artistiche e narrative del Metodo Autobiografico Creativo, l’autore, Silvio Castellano, ci mostra come il rispetto e la condivisione, quali valori fondanti e imprescindibili della vita comunitaria, rendono la diversità, in tutte le sue forme, una fonte inesauribile di ricchezza, armonia e creatività per l’intera collettività. Quando, invece, prevale l’egoismo, la comunità si svuota, la passione per il bene comune si affievolisce, sopraffatta dalla logica del proprio interesse, e il malessere, la solitudine, l’apatia e la disuguaglianza prendono il sopravvento.

 

LA FAVOLA DEL RISPETTO

C’era una volta, in una comunità isolata, il rispetto tra gli esseri umani.

La vita era estremamente semplice, nonostante la comunità fosse abitata da moltissimi individui con una spiccata personalità e con modi di fare differenti tra loro. La diversità era vista come una fonte inesauribile di ricchezza e tramite essa tutti collaboravano con

Nella comunità si lavorava molto, dato che non vi erano né strumenti tecnologici né mezzi di trasporto, ma, alternandosi nelle diverse mansioni, la comunità viveva senza alcun tipo di senso di possesso e il tutto era fruibile a tutti.

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Il tempo scorreva veloce e il rispetto tra gli individui si rafforzava sempre di più.

Un giorno, mentre gli abitanti avrebbero dovuto raccogliere i frutti dei loro sacrifici, subentrò l’egoismo, persona gelida, opportunista e senza alcuno scrupolo. Egli cominciò a richiedere il possesso di proprietà, rivendicando il proprio operato, evidenziando il tempo e la fatica impiegati, ostinandosi al confronto con chi, rispetto a lui, aveva lavorato di meno.

La comunità, rimasta basita dalle richieste di questa tremenda persona, dovette analizzare e prendere in seria considerazione il suo punto di vista e, infine, a malincuore, accettare le richieste che erano state fatte.

Da qui il fare dell’egoismo si propagò nella tranquilla comunità.

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Ogni individuo cominciò a richiedere la propria parte in base alle ore lavorate, le costruzioni create, il cibo cacciato o raccolto. Da quel momento in poi il bene comune e il rispetto furono ridimensionati per far spazio al proprio ego.

Nella comunità ormai vi era il caos, nessuno si aiutava più se non per interesse, il cibo non veniva più distribuito a tutti ma veniva conservato solo ed esclusivamente per se stessi. La disuguaglianza tra gli abitanti era sempre più netta: chi aveva tutto e chi non aveva nulla.

Il malessere si era generalizzato così tanto che i vari abitanti, poco alla volta, cominciarono a lasciare la propria casa per cercar fortuna altrove, convinti che da soli sarebbero riusciti a cavarsela sopravvivendo con facilità agli ostacoli che la nuova vita poneva.

I mesi passarono e i singoli cominciarono a essere sempre più stanchi della vita che stavano conducendo in solitudine: moli di lavoro sempre più ampie e stancanti, apatia assoluta, mancanza di stimoli nel voler progettare qualcosa di nuovo e soprattutto mal nutrizione.

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Resosi conto della mancanza dell’altro, capirono la reale fortuna che avevano perso.

Tutti si diressero nello stesso istante in quella che un tempo fu una comunità gioiosa, nella propria casa.

Una volta ritrovatisi, scoppiarono in un lungo pianto liberatorio, abbracciandosi e facendo festa per l’importante lezione che avevano imparato: il rispetto e la condivisione sono la cosa più importante e non conta chi fa più o chi fa meno, conta la passione e l’amore che si mette nel realizzare.

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