Emozioni difficili: dallo stato – problema allo stato – risorsa

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In questo articolo parlo di persone, di bambini, di ragazzi e di adulti, rinchiusi nelle gabbie dei loro stati – problema. Gabbie virtuali, certo, ma altrettanto dolorose e invalicabili, quanto quelle reali.

Gli stati – problema, a cui mi riferisco, sono quelli delle persone con deficit cognitivi, disturbi dell’apprendimento o dello sviluppo, prigioniere di schemi emotivi, relazionali e comportamentali improduttivi e che tengono prigionieri con sé anche genitori, insegnanti ed educatori.

Chi lavora nel campo delle help professions, sa bene quanto impegno, sforzo e sacrificio siano necessari per programmare interventi, realizzare attività e cercare di raggiungere gli obiettivi prefissati. Spesso, accade che, nonostante tutto l’impegno profuso, le cose non vadano nel verso giusto, generando frustrazione, delusione e senso di inefficacia.

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Chi si trova in una relazione educativa, lavora per la realizzazione di un progetto educativo, appunto, che mira allo sviluppo o al potenziamento di competenze e abilità sempre piu evolute per rendere “lo stare al mondo” dei soggetti coinvolti, più autonomo, indipendente e appagante: si stimola un progresso, un saper fare, un sapere essere nel mondo, una maggiore consapevolezza.

Se da una parte si lavora per stimolare ciò che si vorrebbe realizzare in termini di autonomie e autoefficacia, dall’altra si lavora anche per interrompere le routine sbagliate, azioni e comportamenti disadattivi o addirittura pericolosi.

Da dove nasce un stato – problema?

Beh, generalmente da manifestazioni e vissuti di emozioni problematiche: ansia generalizzata, fobia, collera, stati depressivi, ecc.

Dall’emozione al comportamento, il passo è breve e così possono manifestarsi esplosioni aggressive, blocchi, chiusure, comportamenti ritualistici e ossessivi e tanti altri comportamenti disfunzionali.

Tuttavia, sappiamo bene che non esiste comportamento che non sia anche Comunicazione:  lo stato –  problema, seppur negativo per chi ne è investito, riveste un ruolo importante per chi lo manifesta, perché è funzionale a comunicare qualcosa.

Certamente è più rassicurante pensare che i fattori che determinano un stato – problema, e il messaggio che ne deriva, siano fuori dalla nostra portata: un’autoassoluzione che ci permette di rimanere in uno stato di inerzia operativa e che mantiene ampi spazi di aridità psicoeducativa, che in realtà potrebbero e dovrebbero essere coltivati e resi fertili con la messa in campo di strategie di intervento pensate, studiate, approfondite.

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Quale, allora, la via di uscita?

Avere fiducia è un ottimo punto di partenza.

Fiducia nella nostra volontà, nella nostra tenacia, nella caparbietà; fiducia nelle risorse e negli strumenti che le scienze dell’educazione, la psicologia e tutte le altre discipline della riabilitazione, ci mettono a disposizione;  fiducia e perseveranza nella creazione di un “noi educativo”, che sappia mettere in campo strategie di alleanza, che siano moltiplicatrici di forza di cambiamento.

Nessuno dice che le vie di uscita siano semplici da praticare, ma certamente non vanno lasciate all’improvvisazione, all’approssimazione di interventi  “fai da te”, basati su buone intenzioni, ma non sorretti da un impianto teorico e strategico di riferimento.

Del resto, sarebbe possibile per una persona comune, seppur dotata di moltissima volontà, ristrutturare una casa senza l’intervento di un esperto architetto?

Eppure, negli interventi di natura riabilitativa o educativa, ci si affida moltissimo al buon senso, agli stili educativi familiari, alle prassi tramandate, piuttosto che affidarsi a professionisti del settore.

L’intervento psicoeducativo non è psicoterapia, ne educazione: è educazione speciale, dove si integrano competenze pedagogiche, teorie e assunti psicologici con le più moderne tecniche di intervento, tra cui il Metodo Autobiografico Creativo®.

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Di fronte a uno stato – problema deve esserci una costruzione pedagogica ad ampio respiro, basata sull’alleanza strategica con il soggetto coinvolto nell’intervento, alleanza fondata sul rapporto di fiducia e sull’assenza di conflitto.

Costruire un’alleanza con persone portatrici di emozioni difficili e, di conseguenza, comportamenti difficili, richiede un riposizionamento psico-emotivo e relazionale da parte del soggetto “sano” della relazione, che gli permetta di costruire una vision dell’intervento, definire una strategia, motivarsi all’intervento stesso e procedere con determinazione verso la comprensione di ciò che l’altro vuole comunicare, accettando una sfida imponente quanto meravigliosa.

Non siamo soli, non siete soli.

Bisogna saper chiedere il giusto supporto!

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